EFFETTI DELLA COSCIENZA IMMAGINATIVA, lo sdoppiamento dell’io

SEMINARIO SOLARE ASSOCIAZIONE CASTALIA

Care Amiche, cari Amici,

nella nostra ultima tornata, si è tentato un iniziale approccio alla condizione animica che matura nell’uomo, come un primo frutto spuntato sull’albero della coscienza e quale risultato della sua disciplina di sviluppo spirituale. A questo primo risultato dei suoi sforzi, la scienza spirituale, come si è visto, ha conferito la designazione di “Coscienza Immaginativa”. Questa designazione deriva dalla  struttura e dalla configurazione della dimensione superiore a cui la coscienza accede, nonché al tipo di esperienze che essa vive in essa: un mondo di “immagini” molto somigliante a quello che si sperimenta nel sogno notturno. Tuttavia, con una drastica differenza rispetto a quest’ultimo. Infatti, mentre nel mondo dei sogni, si vive in una trama di avvenimenti abitualmente incoerenti, disordinati e confusi, nella dimensione “immaginativa”, la coscienza evolutasi grazie ad una disciplina spirituale metodica, può acquisire precise ed esatte cognizioni sovrasensibili. Sulla base di queste cognizioni essa può edificare un altro sistema di conoscenze. Può elaborare una “Conoscenza Immaginativa” suscettibile di integrarsi con le conoscenze apprese per mezzo dell’osservazione e della sperimentazione fisica e sensoriale. L’acquisizione delle conoscenze mutuate dal mondo immaginativo, lungi dal contraddire o negare il valore di quelle derivanti dalla conoscenza oggettiva del mondo materiale, procurano allo sperimentatore spirituale, non solo un arricchimento interiore, ma anche la possibilità di ampliare notevolmente il suo orizzonte cognitivo e di fornire risoluzioni plausibili ad enigmi rimasti insoluti nel campo della scienza ufficiale.

Tuttavia, lo scenario sopra delineato non lo si deve considerare scontato fin dagli esordi della “Coscienza Immaginativa”. Esso è un punto di arrivo, una meta conquistabile grazie alla realizzazione di stadi avanzati di sviluppo spirituale, la cui fasi intermedie sono riconoscibili in precisi eventi interiori. Uno dei fenomeni in cui s’imbatte lo sperimentatore spirituale, quando iniziano a manifestarsi in lui i primi barlumi di “Coscienza Immaginativa”, è l’avvertirsi come entità animico-spirituale separata e distinta rispetto a quella abitualmente in rapporto con le percezioni sensorie e con l’intelletto cerebrale che coordina ed elabora tali percezioni.

Ci si deve intendere bene a questo proposito, perché potrebbe insorgere la falsa deduzione trattarsi di un’entità suscitata ex-novo dal nuovo stato di coscienza, una sorta di parto del pensiero concepito dalle forze interiori ridestate. Questa entità esiste anche prima di manifestarsi alla coscienza. Ma, non disponendo di “sensi” per percepirsi, non ci si accorge della sua presenza in noi. Quando un primo abbozzo di questi “sensi” comincia a formarsi, ecco che essa inizia ad auto-percepirsi ed a manifestare la sua presenza nelle sembianze di creazioni immaginative. Le prime esperienze immaginative sono apparizioni di energie profonde operanti nell’anima che, nella vita abituale, si avvertono in forma di emozioni, desideri, sensazioni ed impulsi volitivi. Nelle esperienze provate nei primi stadi della “Coscienza Immaginativa”, lo sperimentatore spirituale non deve riconoscere altro che parti della sua anima, proiezioni psichiche soggettive, obiettivate in immagini sovrasensibili, apparentemente estranee a sé stesso.

Il primo grave errore che in questo stadio evolutivo, frequentemente, si commette per inesperienza o per immaturità, è quello di ritenere che queste apparizioni siano la manifestazione di entità o realtà provenienti da chissà quali remoti mondi extraterrestri. Questa falsa interpretazione è all’origine della proliferazione di scuole e fratellanze pseudo-spirituali ispirate dal “messaggio di saggezza” di questa o quella tal altra entità angelica rivelatrice di somme verità. Piuttosto, di utile soccorso allo sperimentatore spirituale, per prevenire simili illusori incidenti di percorso ed ai fini della determinazione dell’autentica provenienza di quelle immagini, potrebbero essere le istruzioni contenute del Libro Tibetano dei Morti quando, nella fase del post-mortem, in cui inizia a manifestarsi il caleidoscopio di entità placate e terrifiche, intimano, in maniera quasi ossessiva al defunto:

“Nelle immagini terribili paurose e spaventose (che mi comparissero innanzi), io debbo riconoscere che quelle immagini sono immaginazioni del mio pensiero […]; non mi debbo impaurire delle deità beatifiche e terrifiche che mi appariranno e che sono immagini del mio stesso pensiero […]. La cosa più importante perché avvenga quel riconoscimento, è la consapevolezza che le immagini terrifiche paurose e spaventose che sorgeranno, sono visioni del tuo pensiero; non dimenticare dunque queste parole.” [1]

Le prime esperienze immaginative, sono dunque un primo assaggio di autoconoscenza, una specie di sortita alla luce della coscienza ridestata, di ciò che appartiene alla nostra natura più profonda, che ci viene provvidenzialmente celato all’ombra del subconscio e che ora ci si rivela alla stregua di immagini speculari di noi stessi.

Da questo primo abbozzo di conoscenza di sé stesso, lo sperimentatore spirituale deve saper trarre due importanti conclusioni. In primo luogo, laddove ne ravvisi la necessità, deve sentirsi fortemente incentivato ad apportare consistenti modifiche all’entità interiore che ora gli si manifesta, attraverso un graduale processo di perfezionamento etico: l’unico procedimento possibile da porre in essere per operare quelle modifiche. In secondo luogo, deve adoprarsi a rivendicare un consistente margine di autonomia rispetto a quelle immaginazioni. Se non fosse capace di sottrarsi all’ascendente ed alla sottile fascinazione che quelle esperienze interiori esercitano sulla sua anima, ne rimarrebbe fatalmente incantato ed instaurerebbe con esse un perverso e subdolo rapporto di subordinazione. Lo stesso rapporto che l’oppiomane stabilisce con la sostanza di cui è schiavo. Con l’ulteriore avvertenza che, nel selezionare le “immaginazioni”, deve saper discernere con giudizio quelle da cui si deve risolutamente distaccare, in quanto inessenziali ed artificiose “sovrastrutture” del suo essere, rispetto a quelle che, invece, costituiscono la traduzione in forma di immagini di parti fondamentali del suo Io Superiore Autocosciente eterno ed immortale, albeggiante sull’orizzonte della coscienza.

Nel nostro prossimo incontro, cercheremo di capire insieme quali riflessi questo albeggiare produce nell’anima ed in che cosa si traduce la coesistenza in essa della passata identità terrestre con questo nuovo raggio di luce emanato dal’Io. Una coabitazione avvertita alla stregua di una sorta di sdoppiamento della personalità. Sui fenomeni che vi sono connessi concentreremo il nostro sforzo di comprensione il prossimo

[1] Il Libro Tibetano dei Morti. Traduzione a cura del Prof. Giuseppe Tucci. Edizioni TEA. Milano, 1988. Pagg. 87-88.